Con Febbre di Jonatha Bazzi (link Amazon), si esaurisce la mia lettura dei sei libri finalisti al Premio Strega 2020.

La trama

Jonathan è all’Università, studia filosofia e un giorno di gennaio gli viene la febbre e non va più via.
Inizia un calvario che dura mesi: esami e prelievi del sangue per le normali patologie, forse mononucleosi, forse un batterio.
La ricerca ossessiva su internet alla ricerca di una malattia, di un male a cui dare un nome. E la febbre sempre lì, non passa.

Jonathan insegna yoga nelle palestre di Milano e dintorni, alle ore di più disparate, in posto più o meno professionali, ha bisogno di soldi, lo fa per mantenersi gli studi. Dopo un po’ anche la disciplina sportiva diventa proibitiva: il fiato che non arriva, la spossatezza continua, il sudore e la febbre sempre costante.

All’incontro con il medico la decisione di fare il test HIV. Jonathan è gay, ha una relazione stabile da anni ma il test non l’ha mai fatto.
Arriva il risultato: è positivo. Da qual momento cambiato tutto.

Il sollievo

L’annuncio di essere sieropositivo giunge come una liberazione. Dopo mesi alla ricerca di una malattia finalmente una risposta chiara, un percorso da seguire, una terapia. Ma non è solo questo.

La febbre continua a non passare, l’ansia che da sempre è la sua compagna di vita lo stringe e lo obbliga a continuare a cercare da voler andare a fondo per capire il problema che continua ad affliggere il suo corpo. Inizia una serie interminabile di esami. Nulla. Il corpo, nei limiti del contagio sta bene. E’ la mente, dice l’infettologo che è da sistemare.

Nonostante le reticenze, la convinzione che non la sua testa a non funzionare ma il corpo, si presenta all’incontro con lo psicanalista, inizia a prendere le pastiglie a seguire con scrupolo e precisione la terapia. Il corpo si stabilizza, la mente rientra nei ranghi.

Jonathan affronta il mondo, pubblica la sua storia attraverso un giornale, racconta di sé, della malattia, dell’esigenza di non nascondersi. Per qualcuno diventa un idolo, un simbolo, per qualcuno un facile obiettivo.

Il bambino e l’adulto

Jonathan è nato a Rozzano o Rozzangeles, una delle tante periferie di Milano: “una zona abitata da spacciatori: posti da cui vengono un sacco di rapper, posti da cronaca nera. Le sparatorie, la rissa col morto, le baby gang, le infiltrazioni mafiose.”

I suoi genitori si sposano giovanissimi perchè la madre è incinta. Diciotto anni lei, venti lui. Il matrimonio dura poco più di tre anni tra litigi furenti, tradimenti e soprusi.
Il bambino cresce con i nonni materni, napoletani trasferiti al nord, il nonno è il padrone della casa: non si può toccare nulla, fare nulla, disturbare.
Un padre assente che promette e non mantiene, pieno di debiti, di donne sedotte, maltrattate e abbandonate. Una madre poco più che bambina che migliora con il tempo, ma scarsamente presente nell’infanzia di Jonathan, impegnata a lavorare a cercare di rifarsi una vita, non sempre con l’uomo giusto.

A Jonathan piacciono i maschi, lo sa dall’età di sei anni. Lo dichiara ufficialmente a sedici alla madre per ottenere il permesso di uscire. Un bambino che non ha amici, facile alle prese dei bulli, balbuziente, ansioso fino all’eccesso.
Poi l’adolescenza, il cambiamento le scelte sbagliate e poi abbandonate, la necessità di smarcarsi, di essere il migliore, il più bravo.

Febbre

Il Bazzi scrittore si racconta senza filtri è schietto sincero, anche troppo, non si nasconde dietro agli errori, alle esperienze di vita.
Il capitoli sono intervallati: da un lato il Jonathan del 2016, adulto, alla scoperta della malattia, dall’altro il racconto del bambino della sua infanzia.

Un desiderio di identità, forse un inno al desiderio di amore in qualunque senso lo si voglia leggere: alla famiglia, agli amanti, agli amici.

Jonathan Bazzi si racconta senza filtri per scacciare il senso di vergogna, di sentirsi diverso, inadatto, balbuziente, omosessuale, per il desiderio di amore e scrivendo si libera di un fardello che in qualche modo è affare di tutti così come la malattia.

Sono nato a Rozzano ma non so menare, leggo, scrivo, balbetto, mi piacciono i maschi. Ho contratto l’HIV ma non sono il paziente che prende atto e si adegua, che convive con un segreto che centuplica l’importanza della diagnosi.

Personalmente

La storia scorre anche se intervallata costantemente da un alternarsi tra ieri e oggi. La parte del Jonathan bambino narrata con un linguaggio volutamente infantile, la parte di adulto più ritmica più profonda.
La mancanza di filtri a tratti onestamente un po’ faticosa, ma ne capisco il senso, la necessità di raccontare.

In un libro in cui ci si dovrebbe limitare a leggere senza giudicare è difficile rimanere indifferenti davanti ai racconti di bulli, di padri violenti, di leggi non scritte che regolano i rapporti di periferia, di nonni sboccati e genitori parzialmente presenti. Ma ancora una volta il bisogno di esprimersi emerge come cura e lenitivo.

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