Cent’anni di solitudine è una vera sfida. Arrivare alla fine di un libro, che è una saga familiare di sette generazioni in cui tutti i figli maschi si chiamano Aureliano o Josè e le femmine Amaranta o Remedios, più che una gara è un affronto.

Per sopravvivere

Mi ero già cimentata con questo libro anni fa, intorno al decimo capitolo avevo abbandonato l’impresa. Per me, come avevo raccontato anche per Anna Karenina i nomi rappresentano un ostacolo. Specialmente se, come in questo caso, tutti i protagonisti maschili hanno lo stesso nome. Per altro parliamo di figure che come Matusalemme sono praticamente eterne, muoio a 150 anni o quasi, quindi contemporaneamente ci sono 6 o 7 Aureliano figli di Aureliano, nipoti di Josè.
L’apice lo tocchiamo quando in tempo di guerra il colonnello Aureliano mette al mondo 17 figli (!) con 17 donne diverse (!!) che chiama tutti Aureliano.

L’unica maniera che ho trovato per sopravvivere è farmi leggere questo libro da qualcun altro. O meglio dall’applicazione Rai ad Alta voce, che gratuitamente fornisce audiolibri di ogni tipo.

In barba al Premio Nobel Marquez, sono sincera e dico che non credo sarei mai riuscita ad arrivare alla fine se l’avessi dovuto leggere da sola.

Cent’anni di solitudine – la trama

La storia parte con Ursula e Josè Arcadio Buendía in una città che loro stessi hanno fondato insieme ad alcuni amici nel tentativo di raggiungere la Costa Atlantica. Stanchi di viaggiare, Josè sogna una città con il nome Macondo e così quell’accampamento temporaneo diventa la cittadina di Macondo dove si svolge l’intera vicenda. E che nel tempo oltre ad evolversi diventerà anche un centro di interesse per il commercio bananiero.

Già dal primo capitolo però si nasa che c’è qualcosa che non va. Josè e Ursula sono cugini e questo spaventa per la leggenda di mettere al mondo “figli con la coda”. Un aspetto che non si verifica nell’immediato ma aleggia come monito per tutta la narrazione.
Josè e Ursula hanno 3 figli: Josè (che fantasia), Aureliano e Amaranta. Da cui poi partirà tutta la dinastia dei Buendía che nel corso di questi cent’anni e più commette costantemente gli errori paterni, con legami tra consanguinei e il monito di “figli con la coda” che torna ciclicamente.

Elementi da tenere presenti

Elementi magici, guerre, drammi familiari sono alla base di tutta la lettura ricca di particolari vivissimi che racconta metaforicamente la storia del cambiamento della Colombia da uno stile di vita coloniale al progresso fino all’inserimento nella compagnia bananiera, agli scioperi e alla repressione della classe lavoratrice ad opera del governo.

Gabriel Garcia Marquez ci mette 18 mesi per scrivere Cent’anni di solitudine, e sembra che la folgorazione gli sia arrivata mentre era in viaggio in Messico con la moglie.
Tornato, si chiude in clausura forzata e inizia a scrive, il romanzo più famoso della sua vita e che ha contribuito sostanzialmente ad insignirlo del Premio Nobel per la letteratura nel 1982.

Cosa ci insegna Cent’anni di solitudine

Diverse cose, nello specifico che:

  • per leggere un libro come questo occorre essere predisposti. E se non lo si è, come me, si può sempre ricorrere alla tecnologia.
  •  il libro è stato scritto in 18 mesi, in una clausura forzata. Se a lui sono bastati 2 anni per avere, poi, il Premio Nobel, pensiamo a quante cose magnifiche possiamo fare noi durante la quarantena da Corona Virus.
  • non bisogna mai chiamare i figli con i nomi dei propri genitori e tanto meno sposarsi con un cugino.
  • è uno di quei libri (link Amazon)che vanno letti (o ascoltati) una volta nella vita. Poi, per me, basta.
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