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54.

fotoHo rubato questa foto online da un post di un negozio che vende abbigliamento sportivo, penso che a sua volta lui l’abbia rubata a qualcuno che l’ha rubata a qualcun altro che l’ha caricata su una banca dati.

Ad ogni modo sono rimasta rapita dall’immagine, non so se perché vorrei essere quel soggetto che si vede dietro la foto sfocato a piedi scalzi immerso nella natura o perché mi ricorda tanta strada in montagna, con quei fiori gialli che crescono a bizzeffe e quelli rosa, che se togli i petali e succhi sanno di zucchero.

Non consiglio di provarci perché come per la storia della foto, quella del petalo potrebbe essere il classico esempio di “un mio amico mi ha detto, che un suo amico gli ha detto, che il padre gli ha spiegato…”

Ad ogni modo oggi vorrei essere lì con i piedi a mollo nell’acqua ghiacciata dopo un cammino immerso nella natura e invece ho appena rotto due scatole di tonno e ovviamente non posseggo un apriscatole. Non ancora. Avevo pensato di provare con un coltello, poi mi sono detta che anche questa poteva essere la classica situazione in cui non sai bene come ma ad un certo punto ti trovi al pronto soccorso con una falange in meno o un taglio che attraversa tutta la linea della vita sul palmo della mano.

Quindi per evitare di arrivare al matrimonio senza dito in cui inserire la fede ho deciso, che oggi niente tonno, insalata verde insipida andrà benissimo!

 

32.

Qualche giorno fa, era la Giornata Internazionale della Montagna. Ci sono dei libri meravigliosi che raccontano la storia di uomini che hanno speso la loro vita tra le vette, Walter Bonatti per esempio, ma anche Mauro Corona, Nico Valsesia, degli specie di Iron man delle rocce.

Ieri è uscito un bell’articolo su Il libraio con una raccolta di scritti che parlano di montagna, dove gli appassionati potranno senza dubbio placare il loro appetito di ascesa almeno attraverso la lettura.

Nella mia famiglia la montagna è sempre stata un’occasione. Andavamo a camminare regolarmente e con qualunque tempo tutte le domeniche, ognuno con il suo zaino, con il suo pranzo al sacco e l’immancabile cioccolata.
Non siamo mai stati particolarmente bravi con le parole in casa, d’altronde siamo abbastanza montanari e quindi un po’ orsi. Ma salire verso la vetta ci ha sempre fornito l’opportunità di confrontarci su tutti i temi che ci stavano a cuore: la scuola, i compiti, l’università, la casa, nel modo che ci era più familiare, camminando.

Quando non riesco a dormire

invece che contare le pecore, percorro mentalmente tutta la strada dal Carameletto a Oropa, di solito alla casa della Celeste prendo sonno. Sono parole che a voi che leggete, non dicono nulla, ma è talmente radicata nella mia mente quella strada che è come muoversi al buio in casa propria.
Andare a camminare con quello stato d’animo, in famiglia, con quella regolarità è una delle cose che mi manca di più da quando vivo fuori casa.
Mi è sempre sembrato strano che la maggior parte delle persone che conosco dovesse prendere ferie e lasciare tutto per una settimana o più per andare in montagna, per noi è sempre stata una consuetudine, ha sempre fatto parte delle nostre vite. Ricordo che una volta mio padre, sul balcone della casa al mare, seduto sullo sedia con il cavalletto, stava facendo un dipinto, e davanti a quella distesa d’acqua lui dipingeva il Monte Mucrone in primavera. Come dicevo, la montagna per noi ha sempre rappresentato una parte di famiglia che valeva sempre la pena portarsi dietro.

Per me è una grande maestra, un’amica che ho sempre voglia di vedere, alle volte mi ha fatto penare ma quale rapporto sincero non prevede la fatica per rimanere in piedi?

Poi in certi rari giorni di vento, in autunno o in primavera, in fondo ai viali di Milano comparivano le montagne. Succedeva dopo una curva, sopra un cavalcavia, all’improvviso, e gli occhi dei miei genitori, senza bisogno che uno indicasse all’altra, correvano subito lì. Le cime erano bianche, il cielo insolitamente azzurro, una sensazione di miracolo.
(Paolo Cognetti)

 

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Montagne, cime, salita, libertà

Mio papà era un grande fan di Walter Bonatti, così alla ricerca di un libro per la sezione Pensieri di corsa la scelta mi è sembrata obbligata.

Ho capito leggendo Montagne di una vita perché gli piacesse tanto: parla di un alpinismo vecchio stile, non solo per i tempi ( dal 1949 in su..) ma nel modo di concepire la montagna.
Senza presunzione, senza attrezzatura futuristica o all’ultimo grido, solo con le proprie capacità e con la voglia di salire sempre più in alto.
Mio padre ha scalato il Monte Bianco due volte, la prima “spedizione” per caso, con suo fratello e due amici. Attrezzatura nello zaino:

  • un pollo arrosto
  • un bottiglione di vino
  • gallette

Mario uno degli amici, non aveva mai messo i ramponi, infatti casca rovinosamente al primo piede sul ghiacciaio. Ma in cima arrivano tutti e fieri di aver conquistato la vetta.
Racconto questo aneddoto perché mi dispiace ammetterlo ma uomini così non ne fanno più. Ne come Walter Bonatti, né come mio padre.

Quale persona coscientemente, oggi, scalerebbe la montagna più alta d’Europa con un pollo arrosto nello zaino?
Tralasciamo l’abbigliamento “tecnico” che prevedeva: pantaloni di velluto e guanti di lana, camicia felpata e maglione doppio filo, corda di canapa, un sacco gommato invece del piumino a -18°.
Eppure così con pochi soldi e molto cuore si arrivava in cima al mondo. Adesso con pochi soldi non si arriva neanche a fine mese.

Dentro a Le montagne di una vita ci sono tante esperienze, tante scalate, dagli inizi con la salita al Gran Capucin, la spedizione del K2, le scalate in solitaria, la tragica scalata del Monte Bianco, il Cervino, fino all’abbandono dell’alpinismo in favore delle esplorazioni in terre ancora poco conosciute come la Patagonia.
E’ un libro molto sentito che non nasconde le sofferenze e le sconfitte, non solo fisiche, che hanno costellato la carriera alpinisitica di Bonatti:

E’ per conoscermi meglio che ho scalato montagne “impossibili”.

C’è più di tutto la voglia di fare chiarezza su tanti fatti che hanno infangato la sua reputazione come atleta e come compagno di scalata. Spesso criticato per le sue scelte ardite e per la sua necessità di andare oltre il limite.
Eppure io, che gli 8000 metri mi limito a guardarli dall’aereo non posso che essere d’accordo con quella visione pura della montagna alla portata di pochi eletti come un mostro sacro che va protetto. Un luogo prezioso ad appannaggio di alcuni. Mi piacerebbe arrivare lassù, un po’ più vicino al cielo. ecco forse, mi metterei un piumino!

Le “impossibili” cime, scelte dall’alpinista come propria misura, andrebbero affrontate con mezzi puramente umani, non ricorrendo a tecniche spiananti, che hanno l’effetto di un rullo compressore. Nè si dovrebbe dimenticare che le grandi montagne hanno il valore dell’uomo che vi si misura, altrimenti rimangono soltanto sterili mucchi di pietra.

 

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